TUTTO CIÒ CHE VOGLIO

Corre a piedi nudi, ridendo.
Lascia che l’acqua le accarezzi i piedi, le lambisca le caviglie.
La osservo dalla porzione di spiaggia che ho scelto per noi, nemmeno il tempo di stendere il telo che l’ho vista slacciarsi le sneakers e iniziare a correre.
Non mi ha chiesto “vieni con me?” assumendo da sé che non l’avrei seguita.
Sono un osservatore, io.
Quella che vive è lei, per entrambi.
Mi sono seduto sul telo, le ginocchia quasi al mento, ho preso una Marlboro e me la sono accesa, godendo ad ogni tiro dello spettacolo che mi stava riservando.
Sono un osservatore, io.
Non potrei vivere altro che così.
Con il suo sorriso che mi sveglia al mattino, il profumo del caffè che proviene dalla cucina, e il solco dei suoi seni che si intravede dalla scollatura della camicia da notte.

La osservo, ancora, mentre ancheggia verso di me.
Sa che perdo la testa quando ancheggia come se il mondo sotto i suoi piedi fosse una palla di vetro che deve stare attenta a non rompere. I capelli le ricadono sulle spalle formando ricci neri imprecisati. Ha l’affanno.
Si piega davanti a me, appoggiando le mani sulle mie ginocchia. Posa le labbra sulle mie.
– Dammene una – dice, guardando la Marlboro accesa tra le mie dita.
Mi siede accanto. Anche le sue ginocchia le sfiorano il mento.
Le passo la sigaretta, la mette tra le labbra e mi avvicino con l’accendino per accendergliela.
C’è qualcosa di poetico nel modo in cui si porta la sigaretta alle labbra, inspira, la allontana, espira.
Quando butta fuori il fumo, inarca indietro la testa.
Le osservo il profilo, una linea di curve che si staglia contro un cielo stellato.
– È bellissimo qui – sentenzia.
Spegne la sigaretta che ha fumato nemmeno per metà e si stende.
– È pieno di stelle – osserva il cielo che la sovrasta.
– È la notte di San Lorenzo. Si suppone debba essere così.
Mi stendo accanto a lei. Le nostre teste si sfiorano appena.

– Hai già pensato a quale desiderio esprimerai? – mi chiede.
Non la guardo, ma sento che si gira sul fianco, una mano appoggiata alla guancia per sostenere la testa. Con l’altra, prende ad accarezzarmi il petto.
– Lo sai che non sono il tipo da esprimere desideri.
Il suo tocco sul mio petto è lento, quel tocco lento che ha usato un milione di volte per calmare la mia ansia, l’oppressione che mi attanaglia il cuore e non riesce a uscire. E resta ferma lì, attorno al cuore, per poi procedere verso i polmoni e farmi smettere di respirare. Ma il suo tocco è un tocco che mi salva. Sempre. Quando non sapevo nemmeno che avrei voluto essere salvato.
– Lo so – mi conferma.
Certo che lo sa. Lei sa tutto di me. Mi ha guardato dentro e non è scappata. Ha continuato a guardarmi trovando lo spazio per noi in un posto che credevo non bastasse nemmeno a me.
Si avvicina e mi bacia sulla guancia. Leggera, come una foglia che si innalza nel cielo portata via dal vento.
Si rialza e mi prende la mano.
– Vieni in riva con me.
– Ti osservo da qui.
– Osservami da lì.
Mi arrendo. Perché increspa le labbra. E mi stringe la mano come fosse un pezzo di sé che non vuole lasciare andare via.

Ripenso alla prima volta in cui l’ho vista.
Fumavo, seduto nel dehors di un locale.
Osservavo la gente che correva da un posto all’altro chiedendomi che cosa ci fosse di così urgente da costringere una vita a vivere entro i limiti di un giro di lancette.
Lei mi si è seduta accanto. Aveva un libro tra le mani. Me l’ha avvicinato indicandomi le righe dove si era fermata.
Bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella”, una frase di Nietzsche.
Aveva voluto che gliela leggessi.
O, forse, era a me stesso che dovevo leggerla.
– Credo che tu abbia molto caos dentro di te – mi aveva detto, rubandomi la sigaretta e tirando una lunga boccata.

Da allora, non l’avevo più lasciata andare.
Anche adesso. Lei è davanti a me e le mie braccia la cingono.
Non ho bisogno di esprimere desideri: tutto ciò che voglio è proprio qui, tra le mie braccia.
Ora, anche il mio caos è contento.
Chissà che stanotte non si partorisca una stella.

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